Il vantaggio dell’essere disordinati

Wassily Kandinsky, Composizione VII, 1913

Dopo tanti anni di inutili cure e sensi di colpa autolesionisti, ho scoperto il vantaggio dell’essere disordinati: il non farti prendere dall’ansia e la disperazione per aver perso qualcosa se non riesci immediatamente a trovarla.

Prima o poi verrà fuori.

O troverà il modo di tornare da te (oppure di cambiare domicilio senza dolore).

Come i miei occhiali da sole. Non mi preoccupavo troppo di cercarli (“saranno in qualche borsa, o tra i libri…”). E’ venuto fuori che alla palestra di yoga ne hanno trovato un paio “Per caso sono tuoi?”.

A proposito, yoga in sanscrito (jug) significa riunire. Vorrà dire qualcosa?

 

Un delirio (tra resistenze, ernie, sertralina e caffè)

Ovvero: saresti capace di riconoscere e perdonarti il tuo peccato capitale?

G. Molteni "La confessione", 1838Se l’uomo sapesse davvero qual è il suo peccato mortale che cosa farebbe?

Lo eviterebbe? Lo saprebbe riconoscere e confessare? Lo saprebbe perdonare?

I cattolici son convinti che per giustificare un’inginocchiata davanti ad un parroco (e non siamo in tema di scandali sessuali), due padrenostro e tre avemaria, il motivo sia una bugia, due porco cazzo, un’autoscopata alle spalle della moglie/marito, il sogno di una sana scopata alle spalle della moglie/marito, la materializzazione del sogno di una sana scopata alle spalle della moglie/marito; il desiderio di evirare il proprio capufficio, e di spaccare il cranio a quel collega che sta tanto sulle palle (il fatto che il collega stia sulle palle non ci sembra poi così grave; e che cazz’, c’abbiamo tutti qualcuno sulle palle: bisognerebbe confessarsi ogni giorno, e se la Chiesa adocchia l’affare ci si farebbe i soldi come le macchinette dei videopoker nel bar). La versione ufficiale è comunque che il peccato sarebbe la separazione da Dio e dal suo amore che ci genera l’infelicità.

Gli atei con convinti che la giustificazione non esista. Però mentono, bestemmiano, auto scopano infelicemente, e desiderano effettuare evirazioni e tranciare crani a domicilio anche loro. Non commettono peccato, perché né il peccato né Dio esiste, ma quando fanno qualcosa che ritengono sbagliato provano questa strana sensazione sgradevole: il senso di colpa. E sono infelici lo stesso.

antidepressivoLo dicono chiaro e tondo i risultati statistici sul consumo medio nazionale di farmaci procapite. Quelli che il telegiornale, quando non si parla del caldo afoso estivo e chiudeteviincasaeattaccatevialtubodellacqua, o delle spese pazze natalizie in tempo di crisi, o dell’ultimo cerbiatto vergine avvistato dalla guardia forestale abruzzese, strombazza ai quattro venti ma non troppo, creando un qual certo allarmismo, ma non troppo, quanto basta a ricorrere alla sertralina per mettere a nanna i pensieri.

So cosa stai pensando adesso.

Cosa diavolo è la sertralina. “E’ una cosa che non so. Devo saperla. Che cappero di figura ci faccio se qualcuno ne parla e non so cosa diavolo sia? E se nessuno lo sa, meglio: faccio la figura del figo, che sta cosa la so solo io”. Forza, non farti pregare: stai morendo dalla voglia di aprire wikipedia sull’altra pagina e andare a vedere. Vai, fai pure. Io ti aspetto qui.

Hai appagato il tarlo intellettuale?

Di che cosa parlavamo?

Ah, sì. Di peccati capitali.

Di quelli che ritengono di sapere cosa siano, di infrangerli e sapervisi redimere, e di quelli che ne rinnegano l’esistenza, pur conducendo una vita grama. Di quelli straordinariamente e completamente e perpetuamente felici non parliamo: quando ne incontrate e conoscete qualcuno fate un fischio. Monaci zen esclusi.

Il punto è: cos’è il peccato.

Il peccato è qualcosa che Joyce una volta ha scritto bene, parlando di Wilde: la separazione.

Io di qua, il resto del mondo di là.

Se fosse così banalmente semplice riuniremmo le due parti in quattro e quattr’otto e saremmo degli dei. E guarda caso il dio dei cattolici, proprio perché gli stava tanto sul cazzo questa o-dio-sa somiglianza, ha inventato la separazione/ peccato (quei due che fecero fagotto dal paradiso sarebbero l’esempio – i primi emigranti della storia).

La difficoltà sta nel difetto di percezione: io non ho affatto l’impressione di essere non integro, e credo semplicemente che il mondo là fuori è il mondo là fuori. Una cosa fuori da me, fuori dal mio controllo, che c’entra con me nei limiti della mia possibile interazione con lui. E nel mondo ci sono gli altri, le cose, i fatti, i poteri forti, i posti… tutto ciò che convive vicino a me, e talvolta mi soverchia. Qualche volta (ma molto di rado) sono io a sentirmi potente su di lui.

Questo significa che ogni giorno è una sfida; ogni giorno devo lottare contro quello lì: il mondo là fuori. Contro quegli idioti che non la pensano come me, che non tifano la mia squadra, che non votano il mio partito, che non sono nati nella mia nazione, che non hanno il colore della mia pelle, che non sono del mio sesso, che non sono nati nella mia città, nella mia regione, nella mia macroregione, nel mio quartiere; contro quelli che si vestono sciatti, che si vestono da snob; contro quelli obesi, quelli eccessivamente magri, contro quelli che guadagnano miliardi e secondo me non se lo meritano, contro quelli che non fanno il loro dovere, contro quelli che fanno le ore piccole al lavoro (vogliono impressionare il capo questi lecchini di merda), contro il vicino del piano di sopra e quello del piano di sotto; contro il cattolico, e contro l’ateo.

coppia_litigio-645x430E la lotta cos’è se non separazione? Io di qua, tu di là. Noi due non c’entriamo nulla l’uno con l’altro.

Che sgomento, che imbarazzo, che repulsione nello scoprire… che quello là sono io separato da me, sono tutto ciò che rifiuto in me e vedo riflesso, come in uno specchio deformante là fuori. Sono un’alternativa di me sconosciuta a me stesso, al me stesso vigile… vigile per ingannarmi, per non farmene accorgere.

Oltre alla separazione e all’illusione ottica che essa non ci sia, è di rilievo un altro dettaglio: le resistenze. Le terribili, antiche, profonde, irremovibili resistenze: le resistenze ad ammettere che è così. Che tutto ciò che odi, contro cui lotti e ti fai sanguinare le dita, contro cui urli, fischi, ti agiti e ti scateni sei tu. Sei il tu ripudiato: una specie di clone ripudiato a tua insaputa. Sei incapace di vedere le cose come stanno, perché le tue resistenze sono modellate su di te, sono “perfette” ed inattaccabili. Loro. Perché tu no, tu non lo sei, non ti ci sei mai sentito perfetto e inattaccabile (se non occasionalmente), non ti ci senti mai, altrimenti… non saresti sempre alla disperata e ossessiva ricerca dell’obiettivo: sentirti bene. Se a questo servano i soldi, il sentirti amato, considerato, desiderato, ritenuto importante (quando non fondamentale), ammirato, imitato, degno di gratitudine, sicuro, forte, inattaccabile, invincibile… questo dipende dalla tua tipologia caratteriale. Ma è uno star bene che non dura: ha bisogno costantemente di essere rinfocolato, rinvigorito, reso sempre più inebriante.

La migliore delle razionalizzazioni (ergo: le storie che ti racconti, facendo onestamente finta di crederci, per andare d’accordo con te stesso) che riesci a partorire in questi casi in genere è: è normale. Niente dura. La felicità, lo star bene è una cosa passeggera che oggi c’è e domani non si sa. Così è la vita. Bisogna duramente lavorare, far sacrifici, per ottenere la felicità. Che però non dura, si sa. Lo sanno tutti.

Per forza, son tutti infelici e disintegrati come te.

Sono tutte sacrosante balle.

Se ci vuoi credere, tanti auguri, clicca sulla X e vatti a leggere qualcosa di più confacente alle tue resistenze: un’altra delle cose che ci riesce meglio è seguire la linea di minor resistenza, proprio come fanno le ernie.

Ti risparmio quest’altra perla di wikipedia: l’ernia, da hernios che in greco vuol dire bocciuolo (poetica la scienza), è un’escrescenza, una cosa che invece di restare lì dov’è e dove il Signore gli ha detto di stare quando l’ha creata, esce dal seminato, s’infiltra in buchini che normalmente non ci dovrebbero essere o non essere così facilmente penetrabili (porta erniaria) ed esce all’aria aperta, in libertà, esplorando nuovi spazi e nuovi mondi dove normalmente non gli sarebbe dato di stare… e questo non perché le ernie abbiano aneliti di libertà, ma perché indotti a farlo da situazioni spiacevoli: sono costrette perché magari, al loro interno, c’è una forte pressione che preme e preme… e loro da qualche parte devono pur sfogare. Ecco, la porta erniaria è perfetta… si confà precisamente alle loro necessità: gli permette di sfogare, attraverso un locus minoris resistentiae, e questo risolve il problema, allevia la pressione, elimina l’ansia.

Salvo poi strozzare l’ernia quando questa cresce troppo sotto la spinta della pressione, o si lacera, o si muove… e allora è finita. Niente più ernia. Niente più locus minoris resistentiae. Niente più niente.

Una metafora perfetta di quel che facciamo abitualmente: sotto la spinta della pressione interna (ansie, tensione, paure, irritazione, nervosismo, rabbia, disagio) tra tante persone non scegliamo mai di metterci vicino a quelle che ci stanno sul naso e farci comunella, scegliamo quelle che ci vanno a genio… quelle che sembrano come noi. O come le parti di noi che ci piacciono (anche se non sappiamo/riteniamo di averle). E’ ovvio, è naturale: così com’è naturale per l’ernia erniare attraverso una linea di minor resistenza. Così ci evitiamo la fatica, ogni volta, di guardare quella cosa che invece tanto ci fa schifo di noi stessi, correndo il rischio di riconoscerla e, magari, ri accoglierla. Seppure con un qual certo fastidio, al principio.

Il punto è che siamo qui proprio per redimere i nostri peccati, e che lo vogliamo o no quelle separazioni che ogni giorno, quotidianamente come il caffè al mattino, mandiamo giù insieme al losartan (il losartan col caffè è il massimo: uno tenta di annientare l’ipertensione e l’altro l’innalza. Un perfetto esempio di equilibrio artificiale in un naturale sistema squilibrato) ce le ritroviamo sempre davanti: i giudizi che ci scappano automatici, come neanche ingranare la prima dopo il verde, sono solo l’inizio. Non vediamo l’ora di andarci ad incazzare maturamente su facebook contro… qualcuno qualcosa… devo dichiararmi per questa o per quella opinione, e difenderla fino alla morte, anche se di quel fatto in fondo non ne so un cazzo, e forse non me ne frega nemmeno fondamentalmente un cazzo… però quello lì mi ha provocato… mi ha detto così… vuol farmi passare per un cretino, per un deficiente… si prende gioco di me… ma io sono più furbo, io…

Come ci vogliamo bene, in fondo. Per tutta la vita non facciamo altro che inseguirci: tutte quelle parti di noi separate da noi, che vediamo dappertutto, che ci perseguitano, che ci sfuggono, che ci fanno male e a cui facciamo male… cos’è questa lotta eterna se non, in fondo, un violento tango d’amore e d’odio fra due eterni innamorati separati per qualche strano scherzo del destino, ma destinati a tornare insieme, come nelle migliori telenovelas strappalacrime da un milione di puntate mozzafiato?

Nessuno, nemmeno i cattolici, ha mai detto che la redenzione è una faccenda facile e indolore. Costa fatica e sofferenza ammettere che quello sputo di uomo che detesti sei tu; costa fatica e sofferenza ammettere che ogni volta che dici il mondo fa schifo, stai descrivendo una parte consistente di te stesso; costa fatica e sofferenza ammettere che tutto ciò che di male ritieni ti sia stato fatto da quello lì fuori in realtà l’hai fatto tu a te stesso… e indovina un po’ perché? Perché tu potessi guardarti allo specchio e riconoscerti.

Non preoccuparti, non basta una vita a incontrare tutti i te sparsi nel mondo.

Non essere ansioso adesso. Comincia da quelli che conosci, quelli materiali ed immateriali. Osservali, studiali; scoprirai che di loro non sai assolutamente niente, o meglio: sai solo quello che credi di sapere, ciò che dentro di te hai giudicato di quella persona, cosa, luogo, evento… e cioè, ciò che di te hai visto là dentro. Non possiamo riconoscere che ciò che abbiamo già dentro di noi: noi.

E quando l’avrai capito, quando ti sarai conosciuto e perdonato, quando gli avrai porto amorevolmente la tua guancia (consapevole che la stai porgendo a te stesso), quando avrai riaperto le braccia al tuo te perduto e ritrovato, come ad un figliol prodigo, allora avrai recuperato un pezzo della tua integrità e… magia: ti sentirai felice (senza la sertralina).

Ma il peccato capitale, quello che proprio non possiamo perdonare, riconoscere, ammettere in nessun modo tu non riesci nemmeno a riconoscerlo come tale. No, non è l’omicidio (avresti volentieri dato un colpo in testa potenzialmente fatale al tuo collega rompiballe, o evirato, a rischio di emorragia mortale, il tuo capufficio, ricordi?), nemmeno la pedofilia, o il furto, o l’omosessualità (eh lo so, per alcune persone in precario stato di salute questo sarebbe un peccato), o l’essere di destra, o l’essere di sinistra, o il tradimento coniugale ed extraconiugale, o il peculato, l’imbroglio, la menzogna, la bestemmia eccetera…

No. Il peccato di cui parlo è l’incoerenza. Nessuno, nessuno, nessuno nemmeno il destino ci può separare dall’impossibilità di capire, comprendere, afferrare, ammettere, considerare finanche perdonare l’incoerenza.

caffeIl perché… ve lo lascio immaginare, in un delirio tra resistenze, ernie, sertralina e caffè.

 

 

Impressioni di Settembre: ci sarà del bello nell’autunno?

Su richiesta di un sedicente “antipatizzante” dell’autunno, mi ritrovo invitata a scrivere perché e dove può celarsi la bellezza nell’autunno. Può esser bello il periodo post-estivo, in cui canotte, top e bermuda tornano in letargo per far, pian pianino, spazio a maglioni, cardigan e plaid? Può esserci del bello in un momento in cui i prati da variopinti digradano nelle sfumature del marrone, e gli alberi perdono man mano ogni orpello ed ornamento per restare, irrimediabilmente e inarrestabilmente, nudi?

Queste son le ardue domande cui la sottoscritta è chiamata a dare una risposta. Possibilmente antitetica rispetto alla tesi del nostro antipatizzante.

La prima cosa che mi viene in mente è che anch’io, come molti credo, ho antipatizzato per l’autunno; settembre in particolare, aveva quel che di particolarmente antipatico… iniziava la scuola, per esempio. E ritornavano i risvegli all’alba (d’accordo, non proprio l’alba, ma man mano che le ore di luce si accorciano e le giornate di pioggia aumentano… anche le 7,00 per un bambino addormentato e sul più bello di un bel sogno sono l’alba!), i forzosi grembiulini blu (il mio era blu), e i pallosissimi compiti a casa, che magari fuori c’era ancora una bell’arietta soleggiata….

Il risveglio col grigio, in particolare, era una di quelle cose per la quale ho antipatizzato in un modo… che non ve lo racconto, che è meglio.

Poi scoprii su una vecchia antologia di scuola di mio padre (pagine friabili di quel giallino ocra vintage e le immagini con figure da intarsi delle vecchie latte per i biscotti: li ho sempre trovati particolarmente invitanti) una fiaba sui dodici mesi: non me la ricordo per filo e per segno, ma su per giù… c’erano dodici signori e due donne, e mi sa che faceva un bel freddo; questi chiedono aiuto alle due donne, forse rivelano di essere i dodici mesi… il succo della faccenda è che una delle donne, arcigna e ostile, dice chiaro e tondo che a lei i dodici mesi stanno proprio sullo stomaco, a Gennaio fa troppo freddo, a Luglio troppo caldo, e così via… ce n’è un po’ per tutti. L’altra donna invece, docile e accogliente, ammette candidamente che a lei i dodici mesi piacciono proprio tutti, nessuno escluso, perché ognuno ha quella sua unica peculiarità, irripetibile nel resto dell’anno, che lo rende magico… insomma, finale moralistico e abbastanza prevedibile: i dodici mesi premiamo questa e castigano quell’altra.

Ad ogni modo, il punto era che la seconda donna aveva trovato qualcosa di buono in tutti i mesi, e in tutte le stagioni dell’anno. E questo per me era una bella novità (un cambiamento di paradigma ante litteram, se vogliamo…): sta di fatto che pian pianino, da quel momento, ho cominciato a far caso che anche i mesi peggiori (vedi Settembre) potevano avere qualcosa di buono… son stata lì, allora, in osservazione di quei misteriosi segnali di bellezza che attendevano di esser scovati.

E i miei occhi di oggi mi permettono di dire, che in effetti per chi ha occhi per guardare, ogni mese e periodo dell’anno ha una bellezza unica e straordinaria, che non ci vuol nemmeno tanto per scovarla… No, non è un discorso finto buonista da neo-new age siamotuttipiùbuoni… fidatevi. Toglietevi un attimo gli occhi del cipiglio, del mondoèbruttoperchèècosìebastamacomenonlovedianchetu?lafamenelmondoipoliticicorrotti-lemalattielapovertàlacrisilaforestaamazzonicalacarnefamaleibambinidellafricaipoverisono-semprepiùpoveriiricchisemprepiùricchi eccetera eccetera. Togliti gli occhiali. Quelli che non porti sul naso.

Senza filosofeggiare troppo, trovo ci sia del bello nello scivolare, gradualmente o meno, in giornate più corte, che, se si fa ben attenzione, hanno una luce particolare: osservate la luce del mattino di settembre-ottobre, e delle 17,00-18,00, non è la luce calorifera  e festaiola dell’estate, è una luce teporosa e accogliente, ha un brillio di luce matura, come se dopo l’atmosfera adolescenziale estiva, il sole cresca un po’ e decida di portare i frutti della sua avvenuta crescita sulla terra, sulla pelle, negli occhi appunto. E’ una luce che ha in sé la frescura degli incipienti giorni di freddo, ma non ancora gelidi, una luce che invita al riposo, al ritiro, alla riflessione. Alla contemplazione.

La terra si denuda, è vero… ed è come se tornasse piano piano all’essenza. Si è vestita a festa, l’abbiamo ammirata nel suo splendore e i suoi profumi e colori… e diciamocelo, non è che ci voglia molto per ammirare una bella stagione; è come una star del cinema che per forza va ammirata, imbellettata, con vestiti fashion e tirata a lucido… è quando poi passa alla sala strucco che si vede davvero il suo volto. Quando, passata la festa, ciò che resta è quel che sei davvero… questo è l’autunno. Un necessario ritorno all’essenzialità, a ricordare e ricordarci quel che è davvero, cosa c’è davvero sotto il tripudio di foglie e fiori: tronchi, rami, corteccia che ha sfidato inverni e vento e tempeste, e che senza paura torna a riaffrontarle. E che non abbia paura lo testimoniamo i meravigliosi colori con cui la campagna festeggia (festeggia!) questo eterno rito di passaggio: il rosso fuoco acceso delle foglie decidue, i tappeti scrocchianti variegati al giallo e al bruno, gli intrecci di rami nudi sulle teste. C’è del bello, trovo, nell’odore di selvatico e umido che regala l’atmosfera autunnale, soprattutto se in prossimità di luoghi campestri. La nuda terra in autunno diventa meditativa… si ritira a recuperare energie (ritorno all’essenza) per un altro ciclo. Si prepara a morire per rinascere ancora, magari meglio.

Cambiano i suoni, e compaiono grigi giorni di pioggia,e lo so che per alcuni è veramente difficile vederlo, ma io credo davvero che ci sia del bello in un giorno di pioggia, osservato con una tazza fumante (di thè, tisana, cioccolata o ciobar, menù a scelta) in una mano e i biscotti nell’altra dietro un vetro rigato. C’è del bello nel decidere di restar a casa a godersi la pioggia avvolti da un doppio strato di maglione e pile o, magari, da un caldo abbraccio che lasci passare, oltre che calore, quella fluida energia che va da Cuore a Cuore… leggere quel romanzo che avremmo sempre voluto leggere, vedere vecchi film in bianco e nero, giocare a ramino o a tabù… o semplicemente star lì in silenzio ad ascoltare il ticchettio sul balcone, il fruscio selvatico del vento.

C’è del bello nell’imprevedibile rivoltarsi severo e selvaggio del clima autunnale, brusco e burlone talvolta… furioso e arrabbiato altre.

C’è del bello in quella strana malinconia sfuggente di qualcosa che coscientemente sa di dover andare a morire e non ci si oppone, non urla e strepita, come facciamo noi, ma ci si abbandona con fiducia: sa che l’estate tornerà ancora. Ma non è questo il momento. Ora è il momento di star in pace, sedersi a riflettere o forse a non pensare affatto.

Credo ci sia del bello negli ortaggi e la frutta e la verdura che maturano in autunno… so che in un’era in cui puoi disporre di manghi e avocado 365 giorni all’anno forse non ha senso, per alcuni, parlare di stagionalità del cibo… ma se per un attimo togliete gli occhiali (quelli che non portate sul naso, vi ripeto) riuscirete ad ascoltare una voce cui non avete fatto caso: la voce del vostro stomaco, che se ben ascoltata, chiede cose diverse, in diversi periodi dell’anno. E cosa può soddisfarlo in autunno: tanto per cominciare le ignorantissime e comunissime brassicacee, alias le varietà di cavolo, dal cavolfiore alla verza, anch’essi versatili e gustosi (percepite quel profumino di verza al forno, spolverata di formaggio e pangrattato, o in brodo, o in insalata…?), broccoli appena lessati, scarola (ottima stufata!), spinaci… E poi la zucca, con quel colore arancio e il sapore delicato che impreziosiscono un risotto o la pasta, o una semplice vellutata insaporita da spezie, barbabietole, porri…  cicoria e cime di rapa (che data la mia estrazione geografica, non possono non essere qui menzionate e glorificate – e non lo saranno mai abbastanza) stufate e piccanti o con le orecchiette e l’olio aromatizzato con acciuga o aglio…  radicchio, valerianella (quante ottime insalate…). Ma dei funghi, ne vogliamo parlare?

E se parliamo di frutta… troviamo la melagrana, i mandarini, i dolcissimi cachi, le pere e le castagne! E il cedro, le fragranti mele cotogne (fragranti, perché cotte al forno… o cotte in conserve da “conservare” per i periodi successivi…), l’uva in tutti i suoi colori e odori e sapori… kiwi, mandorle e mele, noci e nocciole…

E per chi gradisce i sapori della carne, sarebbe utile sapere che questo è il periodo in cui le aziende che producono con cura e minor schifezze possibili, magari coscientemente e da animali allevati all’aperto, sfornano salami, coppe e pancette e formaggi di qualità.

E credo ci sia del bello nel nostro modo di ciclizzare l’anno da settembre a giugno… perché a settembre, quindi, possono iniziare nuove cose. Settembre così diventa il mese dei ritorni, ma anche delle idee, dei progetti, dei nuovi inizi… delle energie nuove da mettere a frutto e focalizzare, delle ricerche, dei buoni propositi… che poi vadano seguiti o meno, dipende tutto da voi, e da come assorbite e percepite l’energia dell’autunno. Come dice un noto divulgatore contemporaneo, sta a voi decidere se esser lampadine o laser (= dispersori di energia o focalizzatori di energia in obiettivi).

C’è del bello, se ci pensate, solo perché guardate, non è possibile vedere altro che quello che è già in noi.

Buon autunno, ad ogni modo.

E Dio creò il bicarbonato…

E Dio creò il bicarbonato di sodio.

E gli uomini furono finalmente liberi da tutte le schifezze gratuite che normalmente tollerano, perchè non sanno che li stanno uccidendo. O forse lo sanno e fanno finta di niente. “Perchè bisogna pur morire di qualche cosa”.

Quindi questo post si rivolge a coloro i quali desiderano morire per motivazioni e con modalità differenti dalle “schifezze gratuite cheriempionoiprodotticoncuicilaviamoochemangiamoecceteraeccetera” (d’ora in poi semplicemente “schif.grat”) Tutti gli altri possono… (sto per citare un autore inconsapevole ma molto simpatico) andare a prendersi una Guinness e fare penitenza, e dimenticare per sempre che esista questo luogo virtuale.

Dunque, dov’ero rimasta? Ah sì, il bicarbonato. Ho cominciato ad averci a che fare un annetto fa, imbattendomi nei cosiddetti Detersivi Bioallegri, che tra l’altro avevo ampiamente all’epoca trattato proprio in questo blog, quindi chi abbia buona volontà può spulciare i post del suddetto e darsi da fare a trovarli… ora, questa ricerca di gruppo che ha partorito negli anni scorsi la trattazione a proposito di questi prodotti Bioallegri ha dato spazio, tra le altre cose (tipo aceto e limone ecc.) proprio al bicarbonato, questa sostanza chimica che sembra semplice sermplice ma in realtà….

Innanzitutto, non tutti sanno che il massimo potere pulente, che si stia parlando di calzini da guerra batteriologica, o di piatti con nuove forme di vita, è dato dall’acqua. Sì, quella cosa stupiderrima, H2O, che tra l’altro è sinonimo di banalità in alcune espressioni idiomatiche (vedi “hai fatto la scoperta dell’acqua calda”). Ebbene, ciò che pulisce in gran parte non sono gli ioni attivi o passivi della pastigliamagica o del fluidoverdeschiumoso o dellapolverinamiracolosa; ma l’acqua. Le molecole chimiche introdotte in commercio da quella o quell’altra marca di detersivo o detergente fanno tanta schiuma, a volte hanno un profumo gradevole, e psicologicamente ci trasmettono un’idea di pulito. Incidentalmente, tra le altre cose, potrebbero anche aver contribuito alla pulizia della cosa, senza tralasciare il fatto però che alcune tracce delle molecole della sostanza profumata sono rimaste attaccate alla cosa. Che poi useremo per cucinare, magari, o per mangiare, bere, lavarci… magari ci gattona sopra nostro figlio di un anno, magari sarà indossato da nostro figlio di un anno, magari è quell’oggetto peloso o no che nostro figlio adora tenere vicino per giocarci, e talvolta ciucciare. Ecco… questo, tanto per riferirci agli effetti, per così dire, immediati. E che dire dell’acqua di lavaggio e risciacquo in cui il grosso della sostanza profumosa resta disciolta, e che viaggia nelle tubature di scarico? Siamo abituati a pensare che una cosa quando sparisce dalla nostra vista in qualche modo, per magia, sparisca dalla Terra. E non commentiamo, inoltre, a proposito di quelle marche di detersivo che testano i loro prodotti su animali per vedere se sono tossici, per metterli poi in commercio (e non diremo il nome di queste aziende, anche perchè, ad esempio la Henkel, potrebbe prendersela a male…).

Forse un giorno arriveremo a fare anche questo (cioè trasportare su un altro pianeta le nostre schif.grat.). Ma per ora l’unico pianeta da imbrattare che abbiamo è questo.

Bene, a distanza di un anno, la conoscenza dell’esistenza di una malattia particolare mi ha ridestato interesse per il famoso bicarbonato: la malattia è l’MCS, sensibilità chimica multipla. Una malattia “strana” per certi versi, misconosciuta persino agli occhi di molti medici (“emmeci…che?”). Succede che si nasca, o negli anni, talvolta in corrispondenza di eventi particolari (es. una gravidanza) arrivi l’MCS, e la vita cambia radicalmente.

Si diventa esageratamente sensibili a sostanze che prima magari si tollerava; ma non sostanze qualunque. Le sostanze chimiche industriali.

Non si può più tolerare l’odore di un profumo che contiene metalli pesanti, la presenza di una persona che indossi un maglioncino lavato la settimana prima con l’ammorbidente e un qualunque detersivo, o che si sia lavata i capelli con lo shampoo, o abbia fatto la doccia col bagnoschiuma, o che si sia fatta la barba con una schiuma da barba in commercio, e poi si sia passata il dopobarba. Non si può tollerare l’odore del proprio figlio che torna da scuola dove è venuto a contatto coi propri compagni, che vengono da case e indossano vestiti trattati con i prodotti in commercio. Non riescono a ingerire alimenti trattati in qualunque modo da qualunque sostanza, che sia il diserbante usato nei campi, o il conservante introdotto nella catena di produzione e distribuzione. Se qualcuno brucia qualcosa, a qualche chilometro di distanza, bisogna mettersi immediatamente in macchina e scappare lontano finchè il fumo non sia a distanza di sicurezza. Se si apre la porta del frigorifero, o si passa vicino una guida dei fili elettrici in casa, si potrebbe avere un giramento di testa e uno svenimento, accompagnato da ingrossamento dei linfonodi ascellari. E se si ha uno shock anafilattico e si sta male… non si sa neppure se si riuscirà a trovare un Pronto Soccorso o un Ambulatorio o una sala rianimazione o chirurgica in grado di accoglierci: dovremmo avere una camera non trattata con alcuna sostanza di cui sopra, e personale che non si sia lavato con shampoo o bagnoschiuma della grossa distribuzione, che non abbiano usato dopobarba, che magari abbiano materiali alternativi al lattice…

Riuscite a immaginare un inferno peggiore della vita di un malato di MCS?

E per tornare al titolo del nostro post, indovinate cosa riescono a tollerare i malati di MCS? Tra alcune cose, il bicarbonato. Con quello riescono a lavare tutto, senza avere problemi.

E come spiega questo post, molto carino e utile trovato in rete, sono moltissimi gli usi cui si potrebbe sottoporre il bicarbonato. Senza averne danno per noi o per l’ambiente, e con ottimi risultati di pulizia, igiene e… se proprio ci tenete al pulito profumato, allora potete usare poche gocce di un olio essenziale (lavanda o eucalipto, ad esempio).

40 utilizzi fantastici per il bicarbonato di sodio ( Econota 29 ) by Melissa Breyer (nel blog “Famiglie d’Italia”)

Tenendo presente, comunque, che, come ha detto una malata di MCS, “Siamo abituati a pensare che profumato sia uguale a pulito. Il che qualche volta può essere vero. Ma non necessariamente”.

Basta pensare che nel seicento/settecento, quando si voleva coprire una puzza (perchè lavarsi poteva portare malattie, secondo loro) bastava usare profumo… tanto profumo. Dà da pensare, no?

Perchè vi ho parlato dei malati di MCS? Certo, non sono la maggioranza delle persone. La maggioranza delle persone tollera di tutto e di più senza svenire o avere uno shock anafilattico. Ma nessuno pensa che forse un dio ci abbia mandato i malati di MCS per farci vedere quello che non vediamo, per farci sentire quello che non sentiamo: che ci avveleniamo quotidianamente, accettiamo quotidianamente questo compromesso del tutto forsepulitomasicuramenteprofumato, goccia a goccia… un poco per volta, troppo poco per darci effetti immediati e troppo, insieme atutte le altre cose e all’uso continuativo nel tempo che ne facciamo, per farci stare bene a lungo. E tutto questo a discapito della nostra salute e soprattutto della salute del mondo in cui viviamo e che ci circonda… senza “apparente” conseguenza. Salvo poi svegliarci un giorno con qualche disturbo che prima non avevamo… e chissà com’è? E chissà cosa sarà… e allora entreremo nel gorgo delle medicine e dei medici senza più uscirne se non in posizione orizzontale e con un vestito di legno.

Però Dio creò la natura e le sostanze naturali, e nulla possiamo inventare di più perfetto e funzionale di quel che già esiste per assolvere ad una funzione. Anche perchè Dio, nella sua immensa saggezza, fu lungimirante e inventò anche il ciclo chiuso, mentre l’uomo, dalla mente corta, ha pensato solo all’immediato… di quel che succede poi ai derivati delle sue incredibili invenzioni, di dove vadano a finire e di quali effetti generino alle cose, alle persone, agli animali e all’ambiente…. bè, se la veda poi Dio.

Ma ciò che butti dalla porta, ti rientra poi dalla finestra. Sempre.

Raccontare di una giostra

Norah Jones, Come away with me (press play)

Quanto è difficile a volte scrivere e pensare. Non che sia assolutamente indispensabile farlo. Solo, una superficiale necessità.

Necessità di mettere ordine alle idee alternando i vuoti ai pieni di una frase, le virgole e gli spazi. Quando scrivi sai quand’è il momento di metterci un punto. Quando ci vuole un punto esclamativo. Sai quasi sempre che dopo un punto interrogativo, riprenderai con una maiuscola… e l’interrogativo si perderà là dietro, dietro gli spazi, gli invii a capo, con l’accento sospeso a metà…

Forse si scrive per raccontare a se stessi una storia che quando esce dalla mente passando dalle dita, cambia, si trasforma… una storia diversa, alla fine… ed è come se la dicessi ad un altro. Come se questo appagasse la necessità di comprenderla.

Che poi le storie non vanno necessariamente capite. Se ho capito una cosa, della vita, è che la comprensione non rientra tra i suoi scopi. E’ una nostra necessità tutta ed esclusivamente umana. Come se le cose per accadere debbano chiederci il permesso, e se questo, contrariandoci alquanto, non avviene restiamo lì a chiederci: “Perchè…?”.

E’ davvero difficile pensare e scrivere. Sentire la storia di una vita sospesa, di un nome anagraficamente troppo giovane per essere collegato ad un tumore al cervello… ti costringe a pensare. Alla vacuità dei problemi di cui ci si infarcisce quotidianamente… il cervello, appunto.

E’ la paura di morire, suppongo. L’attaccamento alla vita. Quello che gli esoteristi chiamano l’origine di tutti i nostri problemi. Sì, perchè: fateci caso, i problemi degli altri ci interessano e toccano nella misura in cui toccano il nostro ego. E’ sempre così, anche i più santi confermeranno. Paura o meno, sfido chiunque a non fermarsi un attimo a pensare: Ma che cacchio sto facendo? Qui c’è gente che se la vede davvero brutta… e io sto qui, a farmi il fegato amaro per… lavoro…? Dinamiche psicologiche del cazzo… e altre seghe mentali simili…??????

Sembra quasi che non si abbiano le palle di guardarla in faccia, per davvero, la vita.

Quella cosa che a un certo punto per contratto dovrà finire e basta. Quella cosa che è il nostro biglietto del momento per il Luna Park terrestre… e rimaniamo a guardare le giostre volteggiare in aria, per paura di guardare giù, salendovi, e rabbrividire nel comprendere… quanto è straordinariamente profondo e immenso il baratro là sotto.

Svegliati stupida imbecille.

Svegliati e sali su quella cazzo di giostra, o butta via il biglietto e regalalo a qualcun’altro.

Che, magari, se lo merita.

Just a perfect day…

“La banda degli onesti”, C. Mastrocinque, 1956. Con Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia

Perfect day, Lou Reed

Cronaca di una giornata perfetta.

Due ore di attesa alla banca (una di quelle che dovrebbero, per slogan, essere differenti…), fra trenta (dico: trenta) sventaglianti over 60 per l’80% della fila. Osservare senza troppa sorpresa l’unico sportello aperto ed efficiente sui ben tre ipoteticamente offerti alla bella vista degli astanti (ma, appunto, sono solo di bella veduta. In tutta la mia vita di filista nella banca cosiddetta differenziata, mi è capitato una sola ed unica volta di vedere due sportelli su tre aperti). Arrivare serafici allo sportello, dopo aver firmato la distinta in anteprima, e chiedere umilmente all’impiegata (sempre lei, sempre la stessa): “Dovrei fare un bonifico…”

Fissare lo sguardo allibito, e un pò nauseato dalla sciocca domanda, dell’impiegata che, senza permetterti ulteriori balbettii, ti rimbrotta che l’operazione non può essere fatta allo sportello, bensì in una della camere laterali… quelle camere tanto fighe fuori, a due passi dalla direzione, che ti fanno sentire importante solo perchè, anzicchè restare in anticamera, come tutti i poveri mortali, vai a far la “fila riservata”, là dietro, nel corridoio della direzione… solo che la cosa lì per lì non ti sembra proprio per niente cool. Anzi ti senti tanto un’imbecille per aver fatto due inutili ore di fila senza sapere che avresti dovuto/potuto saltare tutti… verso il corridoio d’elite. Aspettare altri venti minuti fuori dalla camera dei miracoli, perchè nel frattempo era stata occupata da altri…

Arrivare finalmente a tu per tu con l’impiegato modello che sembra efficientissimo dalla punta dei capelli a quella delle scarpe… tranne che, quando gli dici che devi fare un bonifico, quello ti chiede il numero di conto corrente… e tu gli rispondi che no, non gli serve il numero del tuo conto corrente, perchè lo devi fare coi contanti.

Fissare il secondo sguardo bancario allibito, che fa tanto sentire ebete e rassicurato il cliente differenziato, e sentirsi dire che no, lui non può fare un bonifico coi contanti. Che la sua banca non preferisce i contanti… la sua banca preferisce un bonifico da conto a conto, che così… “Se questi soldi tornano indietro… non rimangono così pendenti…”

Sentire per la prima volta nella propria vita la definizione “soldi pendenti” e immaginarli penduli e svolazzanti, tipo appesi al filo del bucato e fissati con le mollette, ondeggianti al vento mentre pendono… sulla testa dell’impiegato, che non ama, come la sua banca, i soldi pendenti. Sentire, anche, venire alle labbra le parole quasi inintelligibili, quasi appartengano ad un’altra dimensione, un’altra specie animale, magari ad uno scarafaggio di kafkiana memoria…. “Ma, scusi, come fanno… perchè dovrebbero tornare indietro i soldi? Se le do il nome e l’IBAN…”

Sentirsi dire, con un pizzicorino alla nuca, “Ma al più queste operazioni avrebbe dovuto farle allo sportello…”

E ribadire, in totale drammaticità kafkiana “Ma dallo sportello, mi hanno dirottata qui!”

Aspettare un dieci minuti buoni l’illuminazione filantropica dell’impiegato che si convince, di malavoglia, a compilare un bonifico pur rischiando, ahi-loro, un ritorno di “soldi pendenti”… sentirsi chiedere la mancia pro servizio reso (apriamo e chiudiamo una dolorosa “parente” sul servizio reso…) e sentirsi chiedere di tornare alle 15,00 per ricevere la ricevuta dell’operazione….

Tornare alle 15,00 e sentirsi dire dall’impiegata di cui sopra che “Evidentemente non ci siamo capiti…” perchè lei intendeva i bonifici da conto a conto, non coi contanti. Io non lo avevo detto che volevo pagare in contanti.

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Pausa di riflessione differente.

Passare il resto del pomeriggio con la persona che ami, a mollo come polpo lessato, per sfuggire alla canicola della sabbia… sentire un continuo brain storming a proposito di trame strane e romanzi futuribili… vedere finalmente un sorriso sul suo volto, di solito sempre grigio/preoccupato… dimenticare, in un sol colpo, le banche, i bonifici, e le pubbliche ottusità. Passare il tempo guardando lo scintillio del sole, a pelo d’acqua.

Penso che il tempo, comunque e ovunque, non vada mai perso, solo diversamente impiegato. E’ tutto perfetto così com’è.

Eh sì, proprio una giornata perfetta…

Close to the right answer

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Doisneau ci ha fatto una foto, una delle sue migliori. Sulla risposta. Non una risposta. La risposta. Quella giusta.

Un bambino ci sta arrivando… ha lo sguardo in su, sul soffitto immaginario della sua testa, dove trova le immagini note della memoria e quelle sconosciute dell’intuizione. Ci sta arrivando, lo sa, lo sente, quasi conta con gli occhi, le palpebre fisse lì, dove sa che sta arrivando… la risposta.

L’altro ci sta arrivando pure lui, perchè la risposta cel’ha proprio lì “vicino”, o di fianco, per meglio dire. L’ha scelto apposta quel posto per il compito, sapeva che anche se con quel bambino biondino con la testa per aria non ha molto a cui spartire, sapeva che prima o poi gli sarebbe tornato utile… gli avrebbe fornito una vicinanza… alla risposta.

Doisneau quando racconta(va?) le sue storie in bianco e nero, quasi finte, così perfettamente imbalsamate per sempre, sembra voler dire ogni volta più di quel che si vede… mostrarci più di quel che cogliamo. Forse ci sta dicendo che anche noi siamo vicini alla risposta giusta, forse perchè la stiamo scrutando in una foto di più di 50 anni fa… forse siamo sempre così, in questa sospensione tra la certezza dell’esser vicini alla risoluzione, e il mistero ogni volta in agguato che sposta un pò più in là… la risposta.

Oggi ho sperimentato una sensazione bellissima e voglio cristallizzarla qui, come le foto di Doisneau, che ogni volta che le guardi ti sorprendi di ritrovarle uguali a come le avevi lasciate l’ultima volta, e ti sconvolgi anche, quasi ti aspettassi di trovarle un pò cambiate… un occhio più ammiccante, un sorrisino sotto i baffi che non c’era, l’ombra e la luce ruotate di qualche quarto, seguendo la rotazione del sole… e invece no, sempre uguali loro. Perenni come i sempreverdi, i ghiacciai e le nevi, e le cellule nervose…

Loro. Perchè tu no. Io no. Noi cambiamo ogni volta, per questo c’è da sorprendersi che qualcosa resti uguale nel tempo. Perenne. Questa sensazione voglio ricordarla, e ci scrivo apposta un post, torno a scrivere in un blog apposta per questo, un blog senza pretese, senza definizioni, nè nomi altisonanti… e chiedo in prestito a Robert il titolo di questa straordinaria foto per iniziare questa nuova avventura di parole e immagini, di bianco sotto il nero, e di caratteri e spazi vuoti. Ogni sensazione bella rivoluziona qualcosa dentro, crea qualcosa che prima non c’era, e anche solo per questo merita di essere ricordata. Anche se solo in un post.

Bentornate parole, benvenuta estate, arrivederci Doisneau.